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venerdì 18 dicembre 2009

"Twilight", recensione




La figura del vampiro è una delle più comuni sia per quanto riguarda la narrativa che la cinematografia, assieme a quelle di uomini-lupo, mostri composti a partire da pezzi di cadaveri e mummie egizie, e oggi che impazza la narrativa per adolescenti non potevano mancare libri ispirati a questi personaggi. Non fa eccezione Stephenie Meyer che confeziona una saga gradevole dal punto di vista della forma, con uno stile scorrevole e leggibile, adatto a una vastissima cerchia di lettori. Ho finito di leggere questo libro in circa un’oretta perché non è eccessivamente lungo né complicato. Come alcuni di voi sapranno, sono un uomo cinico ma non per questo disdegno le storie romantiche, specie quelle di ambientazione fantastica, ma sono rimasto perplesso di fronte a una storia basato su vampiri adolescenti che vanno al college, e per di più innamorati. Se non ci fosse stato il nome Meyer sopra avrei pensato a una storia di Geronimo Stilton e sinceramente non intendo leggere gli altri capitoli della saga, convinto come sono che spesso le buone idee sono quelle del primo libro con gli altri capitoli che servono solo a battere cassa. Ma andiamo con ordine e presentiamo la recensione di questo romanzo.



Trama:


La signora Swan si è risposata con un giocatore di baseball ma invece di seguire il nuovo marito rimane a casa ad accudire la figlia Isabella, ‘Bella’ per gli amici, che per venire incontro alla madre va a vivere con Charlie, il padre naturale, in una cittadina di poche anime, tale Forks. Questo posto è, come si direbbe dalle mie parti, composto da “quattro case e un forno”. E naturalmente la nostra Bella si deprime. Bella è una ragazza graziosa, goffa, non ricca ma neanche povera. È una persona qualunque. Insomma, una teenager come tante che come tante ha però già spasimanti a iosa nella scuola che frequenta. Quando incontrerà Edward Cullen, bellissimo ragazzo dagli occhi languidi e sfuggenti, se ne innamorerà come mai nella sua vita. Inizia così la love story tra lei ed Edward che si scoprirà presto essere un vampiro.


Recensione:

L’aspetto cardine di ogni buon romanzo dovrebbe essere l’originalità soprattutto se si sfrutta una trama ormai nota come quella sui vampiri ma questo non sembra essere un tratto distintivo della signora Meyer, dal momento che non ha nulla di meglio che far innamorare il più figo della classe di Bella. L’originalità a quanto pare sta nel fatto che Ed sia un vampiro. Sia Bella che Edward appaiono come personaggi stereotipati e privi di uno spessore caratteriale importante. Così come Edward appare di una bellezza “sconvolgente” Agli occhi di Bella, così la storia appare molto poco verosimile perché l’Autrice non ricorre a nessun espediente per spiegare le caratteristiche dei vampiri. Per lei è normale che essi abbiano immortalità, forza e agilità superiori a quelle umane. Rispetto a quelli classici, i vampirelli della Meyer non temono neanche la luce del sole, l’aglio, croci… sanno predire il futuro e leggono la mente delle persone. Peccato però che Ed legga la mente di chiunque ma, guarda caso, NON QUELLA DI BELLA! Espediente a buon mercato chiaramente fatto ad hoc dalla Meyer per non cercare una spiegazione alternativa. La Meyer s’inventa anche la tendenza dei vampiri a consumare sangue animale. Comunque, se per caso sono in astinenza da sangue, i superbononi vampiri meyeriani subiscono qualcosa di simile alla crisi di astinenza di un accanito bevitore di grappa ma, volendo, sanno controllarsi. Altra falla grande quanto una casa è l’aspetto temporale del protagonista gnokko del romanzo: Edward è nato nel 1901 ed è diventato vampiro nel 1918 però la Meyer ambienta il suo capolavoro nel 2005. Sembra curioso che un tizio centenario vada ancora a liceo. Per fare cosa? Per nutrirsi di povere e indifese fanciulle liceali? Assoggettare ai suoi arcani poteri i responsabili della scuola per oscuri propositi? Affatto: sembra proprio che Edward frequenti la classe di Bella per aspettare il grande amore della sua vita. Edward, inoltre, parla poco ma nonostante la Meyer continui a sciorinare quanto sia bello Edward non fa nulla di che. Ha solo macchine costose, sembra di famiglia molto benestante, è bello. Ed è bello. Ma bello davvero, eh! E anche Bella non sembra proprio un genio come personaggio. Quando lo vede per la prima volta mormora, con la bava alla bocca: “Come sei bello!” e poi sviene di continuo. Ho paura che abbia la pressione bassa visto che basta una corsa, un bacetto, respirare perfino. Quando finalmente capiscono di essere attratti uno dall’altra la loro storia non ha nulla, il vuoto assoluto. Non parlano, non discutono del futuro, non fanno sesso, non fanno un cavolaccio di niente. Bella dà anche prova di una spiccata intelligenza (si fa per dire) quando decide di gironzolare tutta sola per quartieri poco raccomandabili ed anche questo è il solito, squallido artifizio dell’Autrice per mostrare alla lettrice quanto sia bravo il suo Ed. Infatti quando quattro deficienti vogliono violentarla Ed sgomina i kattivi senza noie. Una sorta di Super Eroe in versione Vampiro. Curiosamente davanti alle intenzioni dei quattro disgraziati, Bella NON SVIENE. Una scelta curiosa, visto che la ragazza non sa fare altro che svenire se lui le da un bacio, se è emozionata e roba del genere. Per quanto riguarda il sesso, semplicemente non è presente. Sappiamo tutti infatti quanto le teenagers non abbiano alcuna scossa degli ormoni. Non è importante che il sesso sia un ingrediente o meno di una storia ma se descrivi una relazione tra due persone qual cosina dovresti dirla. Qui, invece, viene fuori il pensiero mormone della Meyer che prescrive come il sesso, fuori dal matrimonio, sia cosa brutta e kattiva. E a quanto pare, Edward Cullen e Bella Swan sono entrambi mormoni. Se volete ridacchiare leggendo l’ennesima sciocchezza narrativa che si è inventata la Meyer per giustificare il divieto di sesso per questo libro sappiate che Ed, come tutti quelli della sua specie sarebbe superdotato, esuberantissimo, e troppo “focoso” quando fa sesso. Ora… Uno come me, cinico quanto volete ma pragmatico su certe cose, potrebbe anche pensare che il nostre Ed sia un perfetto imbecille anche per questo. Un altro punto oscuro è l’attrazione di Edward verso Bella: perché uno come lui sceglie una come lei? E non mi tirate in ballo l’amore tanto è questione di igiene personale: Bella odora di sangue lontano un miglio e tutti i vampirelli che incontra vorrebbero invitare qualcuno a cena con lei a fare… da cena. Per farla breve, “Twilight” è un romanzo scritto coi piedi che potrebbe stare benissimo tra le fila di una libreria mormone, forse, dove l’azione si riduce a descrivere il nulla più assoluto, senza una storia degna di questo nome, senza un qualsiasi elemento che possa rendere questo libro almeno valevole del prezzo di copertina. Praticamente è equivalente a una versione in salsa tartara di Candy Candy. Guardando il romanzo dal lato tecnico lo stile della Meyer è scorrevole e quindi si legge bene. E questo è una gran cosa visto che non descrive scene molto… sofisticate. Però i dialoghi sembrano quelli mocciani e non è un complimento. E tanto per parafrasare una notissima pubblicità televisiva di deve dire che scrivere vera narrativa è per molti, ma evidentemente non per Stephenie Meyer.

 


Massimo Valentini



mercoledì 9 dicembre 2009

"Se solo fosse vero", recensione





Avevo pensato di scrivere la recensione di "Twilight" anche per venire incontro a quanti tra voi cattivelli vorrebbero a gran voce il mio punto di vista su uno dei romanzi più venduti del momento. In effetti, però, dato che il capostipite della saga vampiresca non riscuote una grande ammirazione da parte mia, ho pensato di alternare la recensione di un altro volume e fare così recensioni positive e negative. Ecco perchè ho scelto di parlarvi di  "Se solo fosse vero" di Marc Levy, un libro delizioso che ho letto pochi giorni fa. Sapete, a me non piace la Francia e neanche lo sciovinismo tipico dei cugini d'Oltralpe però questo romanzo mi è piaciuto in modo particolare sia per le ambientazioni (è ambientato a San Francisco e non nella douce France) sia per lo stile davvero coinvolgente. Sitratta di un romanzo breve, non più di 220 pagine, peraltro scritte anche con un carattere abbastanza leggibile e questo può essere solo un bene. Il vino buono non ha bisogno sempre di una botte da mille pagine, non vi pare? La trama è narrata in terza persona e apparentemente potrebbe sembrare fantastica, ma è soltanto a un'analisi più approfondita che si scopre che tutto il testo appartiene alla cosidetta narrativa classica. E andiamo a incominciare...


Trama

Lauren è una giovane dottoressa trentenne che abita da sola in compagnia di una cagnetta che adora e del suo lavoro. Dopo una serie di estenuanti notti trascorse al pronto soccorso a destreggiarsi tra pazienti ed emergenze varie, ottiene finalmente un paio di giorni tutti per sè. Decide di regalarsi un weekend di vacanza e parte a bordo della sua vecchia spider inglese. Ma il destino è dietro l'angolo e la sua auto sbanda, andandosi a spiaccicare contro la vetrina di un negozio. Nonostante il pronto intervento dei medici scesi da un'ambulanza, la donna cade in coma. Questa è la prima parte del romanzo che in effetti funziona come una sorta di prologo. Il terzo capitolo vede l'apparizione del vero protagonista, Artur, un uomo che andrà ad abitare proprio nella casa di Lauren che, dopo l'incidente, la madre aveva reso disponibile per l'affitto. Artur incontrerà la donna sotto forma di fantasma, che gli pone mille domande sulla sua vita e sul motivo che lo ha spinto ad abitare proprio casa sua. Passanoi giorni e Lauren, abituatsi all'idea che uno sconosciuto possa abitare nella casa che era stata sua, comincerà a legarsi affettivamente a lui. La storia prosegue senza troppi buchi di narrazione fino all'abbastanza inevitabile innamoramento tra i due con Artur che sarà visto da amici e semplici conoscenti abbracciato a una figura invisibile susciando a volte l'ilarità generale. Dopo una serie di piccole e grandi vicissitudini il corpo di Lauren verrà dichiarato dai responsabili dell'ospedale come non più supportabile e quindi verrà deciso di staccare la spina. Intanto Artur cerca di conoscere di più di lei ed entra in contatto con la madre alla quale rivelerà che la figlia, in un certo senso, è ancora viva. A questo punto la trama corre verso il finale con l'ultima scena in cui Lauren gli rivelerà di essere prossima a scomparire e gli chiede quindi un ultimo abbraccio. Artur, sconvolto dal dolore, va  in ospedale e decide di far visita tutti i giorni alla donna che ama. Il romanzo finisce con il risveglio di lei che non riconosce in Artur l'uomo con cui ha trascorso gli ultimi mesi della propria esistenza e con la frase del protagonista che recita pressappoco così:

"Quello che sto per dirle, signorina, riguarda molto da vicino la sua vita e la mia e mi creda se le giuro che soltanto lei potrebbe capire il mio stato d'animo".

Questo romanzo è scritto con uno stile agile e gradevole, capace di catturare il lettore dall'inizio alla fine, trasportandolo in un'atmosfera colma di delicatezza, nonostante il tema rischi di essere eccessivamente banale. Levy confeziona qui una versione sofisticata e frizzante della classica storia d'amore che potrebbe sembrare fantastica o comunque surreale, ma che invece è una metafora evidente dell'amore che supera le difficoltà relazionali tra gli individui. I capitoli sono molto brevi, tre/quattro pagine, ma la descrizione delle scene, degli ambienti e le motivazioni dei protagonisti sono ben tratteggiati.
    

Pregi

 Sono senza dubbio uno stile energico che non lascia al lettore il tempo di riprendere fiato tra una situazione e l'altra, l'aver dato a una storia per certi versi non proprio originale quella patina di leggerezza e insieme dolcezza senza mai farla scadere nel già visto. (Un rischio non tanto lontano dato il tema scelto dall'autore). Inoltre non si fa uso di situazioni ai limiti del porno o dell'esagerazione lessicale (non ci sono eccessive scene di sesso o comunque a base di parolacce) per descrivere gli stati d'animo che attraversano i personaggi.

Punti negativi

Una certa confusione tra descrizioni in prima che poi scadono in terza persona, l'incontro un po' scontato tra il protagonista e Lauren che avviene nell'armadio della camera da letto (sic!) e alcune situazioni emotive descritte a mio parere in modo un un po' troppo superficiale. Anche il finale, pure gradevole, poteva essere scritto in modo più intenso. Nel complesso però il romanzo si regge su gambe ben salde e merita senz'altro un 10 non tanto per l'originalità della trama, ma per il modo delicato e tenero (ma non mieloso o politicamente corretto) con cui viene tratteggiata una storia che nelle mani di altri scrittori troppo avvezzi al marketing poteva riuscire scontata e che qui diventa invece di una sublime dolcezza. Piccola curiosità: come stile, come tratteggio, lunghezza complessiva e scelta sintattica questo libro mi ricorda il mio romanzo "Ultima Thule" sebbene tra i due libri esista un abisso come trama, ambientazioni e motivazione del protagonista. Diciamo, però, che  si somigliano come atmosfere. Sono immodesto lo so! In conclusione vi invito a leggerlo e vi saluto come direbbe la cara vecchia Sofia Loren... accattativillo!


Massimo Valentini

lunedì 30 novembre 2009

Frammenti di "Sulle ali di Althaira"

                                                                   

Cari lettori e lettrici benvenuti a questo nuovo post con il quale vi darò alcune piccole anticipazioni sia sui tempi di pubblicazione che qualche assaggio dei racconti che compongono il mio nuovo libro “Sulle ali di Althaira”. Intanto comincio col dirvi che la pubblicazione vera e propria e la relativa distribuzione partirà dal 7 gennaio 2010 quindi pazientate ancora un po’. Vi ringrazio di nuovo per la vostra accanita partecipazione relativa alla scelta della copertina. Se tanto mi da’ tanto mi sa che anche questo libro sarà abbastanza “nero” dato lo sfondo proposto. Come già vi dissi in precedenti post questo sarà il penultimo libro facente parte di quella che chiamo “prima produzione letteraria” costituita in gran parte da racconti se si eccettua il romanzo breve “Ultima Thule”. Come sapete l’ultimo elemento facente parte di questo ciclo porterà il titolo di “Gabbiani delle Stelle” e sarà composto dagli ultimissimi tre racconti che ancora devono trovare la strada della pubblicazione. Quelli più accorti di voi avranno notato che ho detto tre e non due; infatti c’è una piccola novità per quanti di voi hanno già letto e apprezzato il mio primo libro “Alfa e Omega”. I diritti di questo volume sono tornati a me e ne ho approfittato per eseguire una singolare operazione chirurgica. Ecco quindi che il primo racconto in assoluto da me scritto “Il Cigno” troverà spazio in una pubblicazione tutta sua sempre con la Zerounoundici Edizioni curata dall’Associazione Servizi Culturali. In questi giorni io e la sempre efficiente Antonella abbiamo, appunto, preparato la copertina di cui qui sopra vedete l'immagine di partenza grezza. Il testo sarà integralmente rivisto dal sottoscritto con un’introduzione affidata a Ivan Croce, mio amico e collega al quale formalmente passo questa patata bollente e che invito a lasciare un commento. Piccola curiosità: poiché la primissima stampa di questo libro è stata fatta oggetto di una scarsa attenzione all’editing dovuta a problemi logistici della precedente casa editrice, le copie a suo tempo distribuite potrebbero diventare “oggetti da collezione”. In questa nuova forma il racconto acquisterà quindi la dignità di pubblicazione a sé stante. E’ necessaria però la prenotazione di almeno sei copie perché possa partire il progetto che vedrà una tiratura iniziale minima di trenta copie. Novità numero due: il già citato “Gabbiani delle Stelle” acquisirà la forma che avevo sempre desiderato per questo libro e vedrà come primo racconto “Sull’oceano del Tempo”, come secondo “Il mare della Memoria” e come terzo e ultimo “La donna che sussurra nel vento”. Naturalmente anche “Sull’oceano del tempo” sarà corretto e rivisto e portato allo stesso standard qualitativo degli altri due che sono virtualmente definitivi. Questo volume, quindi, sarà contraddistinto da tre racconti ambientati vicino al mare che costituiranno un unico romanzo della storia dei gabbiani delle stelle. Per i più curiosi di voi aggiungerò che non farò nulla per togliervi la curiosità :-).

Anche in questo caso abbiamo preparato la copertina che, se tra un paio d’anni dovesse essere pubblicato dalla Zerounoundici Edizioni, ha buone possibilità di essere scelta. Tengo a precisare che le copertine di entrambi i testi sono elaborazioni di panorami suggestivi realmente esistenti. In caso invece dovesse essere pubblicato in Danimarca o da un’altra casa editrice la copertina potrebbe essere differente. Per finire ecco a voi alcuni frammenti del mio nuovo libro…

da “Althaira”

Non mi diede il tempo di finire: “… so tutto di te e dei tuoi sogni. Conosco ciò che agita le tue paure più recondite e le tue speranze più belle. So che non sei contento della prosaica esistenza degli uomini e aneli a cercare oltre il velo della vita per scoprire cosa si estende al di là di essa. Tu desideri contemplare l’Idea dell’Arte come faccio io, ma questo desiderio, che pure ti muove, da un lato ti atterrisce perché hai paura dell’ignoto. La tela che ti ho inviata è un simbolo, ogni cosa lo è, basta saper guardare. I protagonisti dei tuoi racconti sanno dove guardare, lo hai scritto tu, no?”
“E’ vero ma…”
“… e tu sai dove guardare, Gabriel?” Tagliò corto lei, quasi a mezza voce.
“Stai parlando ancora per enigmi!” Osservai, “cosa significa?”

Ma più di ogni altra cosa, quel che ci rende esseri liberi sono i sogni, perché liberano l’intelletto dalle catene di un’esistenza squallida e ripetitiva, che niente ha da offrire se non pallide imitazioni della vita. Il mio, è un sogno che ha un nome e si chiama Althaira. Lei ha donato nuove ali alla mia conoscenza e adesso so o meglio, sono tornato a sapere che non serve, come alcuni dicono, che chi scrive o dipinge debba sempre sporcarsi le mani per continuare a sognare. Almeno per me che sogno di giorno e non di notte tutto questo non ha senso. Là dove altri vedono solo puntini luminosi da dedicare alla ragazza del momento, io contemplo il dominio dell’immaginazione da cui sgorgano le fiamme sublimi della fantasia.

da “Il canto della Solitudine”

Ho affogato la mia arroganza nelle sensazioni sostituendo i fantasmi della morale con gli irreali attimi della perdizione. Ma a dispetto delle graziose bambole che ho avuto come compagne mi sono sentito solo.

da “I gabbiani di Althaira”

E’ vero, sei un frammento, ma non somigli ad alcun altro frammento delineato da una vuota statistica. Ogni cosa nell’universo è simile a un’altra. Dio ha usato gli stessi elementi per completare l’opera della creazione. Ma guarda che varietà ha saputo comporre! Sei un frammento, ma non sei uguale ed è proprio questo che ti rende potenzialmente migliore di altri frammenti. Perché tu sei una differenza nella similitudine.

da “Leyla”

Ho conosciuto molti uomini che mi hanno offerto la loro amicizia, e molte donne che mi hanno concesso il loro amore. Ma non ho mai trovato alcuna come Leyla. Lei è stata la sola che mi ha capito e ha cercato di tollerare il mio comportamento più portato verso la contemplazione che verso il nulla del mondo. Per lei ho scritto racconti e composto poesie. Per i suoi occhi mi sono vestito delle mie parole migliori e gliene ho fatto dono. Ha intessuto la sua vita alla mia piangendo le mie stesse lacrime e asciugando le mie quando le parlavo dei miei affanni.

da “La linea del Tempo”

“Il luogo dove ora ti trovi,” continuò la voce, “è la Regione del Sogno dove la mente non conosce né riposo né silenzio. Le acque del mare che avverti sono quelle, infinite in ogni direzione, della tua vita e del mondo dove la vivi. Scegli quale seguire ma attento: la tua scelta non avrà nessuna possibilità di replica.”

da “La melodia del cuore”

L’arte ha confini che il potere economico non può recintare con una corda fatta di biglietti da cento dollari. Ma quando ciò avviene, essa perde quella patina di universalità che prima la caratterizzava, e solo individui attenti e dotati della giusta sensibilità possono coglierne la differenza. Questo è il motivo del perchè dopo i primi successi un artista vero perda quella innata capacità, la sottile qualità che rende i suoi occhi capaci di guardare oltre.

A dire il vero non sapeva neanche perché si era ritrovata a passeggiare insieme a lui e l’unica cosa che desiderava in quel momento fu di tornare a casa, andare a letto, e concludere un’altra giornata di lavoro come tante. Ma quando arrivarono davanti l’abitazione della ragazza nell’atto di accomiatarsi da lei Steel disse: “Terrò la porta accostata!”

Pareva che il cosmo e la stessa materia coesistessero in un non-spazio di musica dove le usuali leggi dello spazio-tempo avevano perso significato. Le stelle, simili a immani voragini di fiamme nucleari, vibravano ritmicamente in modo disgustoso addensandosi insieme fino a formare i contorni incerti del viso di Donovan Steel. Oggetti, penne, fogli di carta, campi stellari, quasar e lo strumento suonato dall’uomo che intendeva salvare dalla sua stessa follia si mischiavano uno nell’altro in un coacervo di caos assoluto e primordiale.

Massimo Valentini

giovedì 26 novembre 2009

"Gli Eroi del Crepuscolo", recensione



Diciamo subito chr questo romanzo non mi ha esaltato e, se tanto mi dà tanto, dirò senza mezzi termini che se fossi un editore NON lo pubblicherei. Perché? Beh, non è perchè l’autrice non ha neanche 18 anni. Qui parliamo di talento e quello o lo hai o non lo hai a prescindere dall’età. Un maggior numero di anni sul groppone denota, o dovrebbe denotare (almeno in teoria) solo una maggiore padronanza della tecnica, non del talento. Inoltre, e qui è solo questione di gusti, trovo che il romanzo in questione sia esageratamente lungo. Più di 800 pagine farcite di descrizioni, dettagliate e meno dettagliate, inerenti personaggi abbastanza stereotipati e prevedibili. Ma questo, purtroppo, è un limite (sisssignore, ho scritto proprio LIMITE) del Fantasy Made in Italy! Un genere che nel beneamato Stivale acquisisce quasi la connotazione di opera parrocchiale per chierichetti in erba travestiti da fatine sexy e arzigogolate la maggior parte delle volte. E non mi fa alcuna meraviglia. E qui, direte voi, il mondo è pieno di gente, non ancora maggiorenne, che scrive Fantasy con questi termini di paragone! Vero al cento per cento, ma nel nostro Paese acquista una connotazione assolutistica assolutamente ingiustificata. La quasi totalità del Fantasy italiano è infatti farcito di:

1) Eroe/eroina (no, non mi faccio, tranquilli) di turno brava, bella, sexy, intelligente e senza un’oncia di grasso (praticamente una teenager stile Winx)

2) Il cattivone (sempre di turno) brutto, stupido e incapace di integrarsi in modo coerente con la trama del testo

3) Mitiche creature come draghi, mostri o comunque di aspetto simile, naturalmente volanti

4) Elfi, elfe e fatine, rigorosamente sexy ma intelligenti quanto una banana (ma taaanto buone!)

5) Una lunghezza non inferiore alle 800/1000 pagine (sennò a Tolkien non ci si ispira bene)

6) Dialoghi imbarazzanti perché pieni di frasi trite e ritrite.

Adesso, non ho certo intenzione di criticare “Gli eroi del Crepuscolo” additandolo come il simbolo di tutto questo, ci mancherebbe. In sé la storia non è né migliore né peggiore di titoli alla Eragon o alla Cronache del mondo emerso. Ed è proprio questo il punto: Gli eroi del crepuscolo non apporta nulla di nuovo al genere ma qualcosa di già visto (e letto) in altri autori. Eppure nel Fantasy (lo dice la parola stessa) la fantasia ha carta bianca per fare (quasi) tutto! E proprio non riesco a capire per quale dannato motivo alla fine si parli sempre delle solite battaglie, solite creature, soliti buoni contro cattivi stereotipati. Mai sentito parlare di Gianluigi Zuddas? Di Robert E. Howard? Di Marion Z. Bradley? E aggiungerei, di Valerio Evangelisti? Tornando a “Gli eroi del crepuscolo”, vista la pubblicità, mi aspettavo emozioni vere, autentiche, nate da trame corpose e originali, invece non ne ho purtroppo trovate. L’opera è simile a molte della Troisi e del solito, onnipresente Tolkien anche se con una padronanza stilistica inferiore. Ma insomma, di cosa parla stò libro? Mistero, mistero… dunque: siamo in un mondo dove gli elfi sono la specie dominante (ma va?) un mondo minacciato dal Signore delle Tenebre (!) che si fa chiamare “Gylion, Cuore di Ghiaccio”. Già uno che si chiama così la dice lunga sull’originalità del resto, ma andiamo avanti. Chi difenderà il Bene dal Male sarà un manipolo di adolescenti capitanati da un certo Lyannen. Naturalmente, come in ogni Fantasy che si rispetti, anche il nostro Lyannen è un trionfo di integrazione razziale, infatti è figlio di una donna umana e un elfo. E naturalmente, dato che gli elfi sono immortali anche il nostro eroe, sebbene elfo a metà, lo è. E tanto per cambiare, anche lui ama la principessa (di turno) che in questo caso porta il nome di Eileen. E a proposito di nomi: avete notato come attualmente tutti i protagonisti di fantasy hanno nomi che sono un tripudio di doppie e triple "e" e “n”? Come già i protagonisti di altri romanzi, anche Lyannen è bravissimo in tutto. Perfetto combattente (manovra la spada meglio di un cavaliere Jedi), è bello (e ti pareva) sa usare la magia (seppur inconsciamente…) e naturalmente è un diverso (è un mezz’elfo) il che lo rende ancora più “speciale”. La trama è tutta qui, davvero. Quando poi si arriva alle battaglie si scoprono gli altarini. E cioè che i Buoni sono come sempre Belli, Alti, Fieri, Muscolosi, Capelli Fluenti ecc, mentre i Cattivi sono Brutti, Sporchi & Cattivi, appunto! Ora non so voi, ma io di persone bellocce ne ho conosciute tante ed erano persone come… tante altre. L’aureola non l’ho mica vista! E la cosa…bella (mi si perdoni l’orrendo gioco di parola) è che naturalmente i Belli sono sempre affascinanti nell’ardore della battaglia. Un po’ come quei film, tanti purtroppo, dove la gnocca di turno appare una sventola anche dopo essere stata seviziata, gettata in mare, bruciacchiata con un laser (senza farsi nulla!) e presa a calci nelle gengive che al limite sanguinano solo un pochino! Così anche Lyannen appare bellissimo mentre combatte e sbaraglia i nemici tutto da solo mentre gli altri personaggi sono di contorno. Certo, la Strazzulla ha dimestichezza con le parole, tratteggia bene le descrizioni ma esagera, e tanto, con le stesse, riempiendo parecchie pagine di complicati dettagli che non hanno valore dal punto di vista della narrazione. Inoltre, tutti questi eroi formato Adolescenti Della Lego non hanno la minima competenza in tecniche da combattimento. Perché il Fantasy (ebbene si) in massima parte tratta di battaglie analoghe a quelle medioevali. Fateci caso: il Fantasy odierno (specie quello Made In Italy, aridaje!) pur essendo imbevuto di magie e maghetti è comunque a base di battaglie, strategie e tecniche medievali. E tutti i personaggi usano spade, lance, archi, catapulte e draghi. Ora, non so i draghi, ma di certo i VERI COMBATTENTI non sono né esili come Lyannen (semmai il contrario) né come certe eroine presenti in tantissimi altri romanzi. Mi spiace, signori, ma chi combatte davvero non può avere anche il fisico di una modella sedicenne! Tendere un arco impone un controllo assoluto oltre a una certa padronanza dell’arma. E le spade medioevali erano tutto fuorché semplici da maneggiare. E’ molto probabile, anzi, che tipetti come Lyannen non avrebbero avuto neanche la forza di farne roteare una sulla propria testa senza lasciarsela scivolare di mano! E non mi si venga a dire che parliamo di Fantasy!!! Perché si può scrivere un romanzo per bambini e parlare del Lupo Cattivo, ma se si scrive un romanzo che pretenda una certa diffusione, e quindi una lettura anche da parte di adulti, DEVE essere realistico. Credete forse che realistiche siano solo le astronavi a curvatura di Star Trek? Ennò cari! Realistico è anche il modo in cui si maneggia una spada! DEVE esserlo, altrimenti quel romanzo farà acqua da tutte le parti! Il voto che personalmente  mi sento di dare a questo romanzo è quindi un "discreto" dal punto di vista della narrazione ma gli affibbio un'insufficenza piena in tutto il resto a cominciare dalla trama e dalla caratterizzazione dei protagonisti. quanto alla pura e semplice attività di scrittore IN GENERALE,  mi stancherò mai di ripeterlo: scrivere davvero non è da tutti proprio come non è da tutti fare il nostromo o il carpentiere. Tutti noi siamo capaci di imbrattare tele e fogli di carta (persino io…) ma quando andiamo a comporre qualcosa che abbia valenza artistica dobbiamo anche vedere la dove gli altri sono ciechi. Altrimenti tanto varrebbe chiudere bottega e cambiare mestiere. Perché scrivere è una cosa, comporre arte è un’altra. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

Massimo Valentini
















venerdì 16 ottobre 2009

"Sulle ali di Althaira"




Oggi voglio parlarvi del prossimo libro e darvi qualche anticipazione dei "dietro le quinte". Prima però desidero ringraziarvi per gli apprezzatissimi auguri di buon compleanno di cui, è vero, non vi avevo parlato. Adesso non ricordo se l'ho già scritto nei miei precedenti post, ma il mio è un carattere un po' eccentrico e riservato. Questo blog è nato dal desiderio di condividere i miei libri con chi li avesse già letti, voi lettori, ed è inteso perciò come mezzo più rapido di comunicazione tra due mondi che stanno ai due estremi di un mondo ancora più grande, la letteratura. Ecco perché non sono solito parlare di me, elencare date e neanche risultati professionali, perché non considero queste come cose rilevanti ai fini del rapporto scrittore-lettore. In pratica non sono io, come persona, a dover essere al centro dell'attenzione ma i libri (e quindi le mie emozioni) e voi lettori. Altrimenti il mio profilo avrebbe incluso fotografie, quelle delle varie presentazioni, i miei hobbies, dove vivo, dove vado, cosa porto... un fiorino! (parafrasando una scenetta del film "Non ci resta che piangere!") Quanto alla presenza di una voce che mi riguarda su Wikipedia vi confesso che in un certo senso ha sorpreso anche me. La notizia mi giunse qualche tempo fa da alcuni lettori che avevano intenzione di proporre una mia breve "presentazione" sull'Enciclopedia on-line per eccellenza. Mi dissero di aver preso contatti con i curatori dell'Enciclopedia per sapere se il sottoscritto possedesse i requisiti necessari. Poi, per diverso tempo non ne seppi più nulla fino a quando pochi giorni fa mi confermarono che Wikipedia aveva accettato il frutto del loro progetto, pur se con alcune limitazioni. Di volta in volta, quando si verificano piccole modifiche alla voce che mi riguarda, mi tengono informato. Da parte mia non posso che ringraziare moltissimo i curatori wikipediani e spero che in futuro i miei libri e la mia persona possano essere più degni possibile di quest'onore, nel rispetto della cultura e dei miei lettori. Per questo motivo non ne ho mai accennato su queste pagine. Parlarne in questo blog di mia spontanea volontà sarebbe suonato simile a un vanto ed io non voglio farlo: so quel che valgo e quel che faccio, inutile strombazzarlo ai quattro venti, non credete? Ciò che è importante è che i nostri sogni volino alti e che possiamo condividere queste emozioni con il maggior numero possibile di persone. Se possiamo aiutare anche gli altri poi, sarebbe perfetto! E a questo proposito, vi invito a visitare il bel gruppo che la gentilissima lettrice Paola Laganà ha voluto dedicare al sottoscritto, dove troverete alcuni dei vostri commenti più belli che ha scelto personalmente. Io l'ho appena visitato e devo dire che è molto carino. I miei complimenti a Paola e a tutti voi che siete così fervidi e compatti! Nel gruppo di Fb, soprattutto, troverete anche i dati che vi consentiranno di partecipare all'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna" voluta dalla mia Casa Editrice per aiutare associazioni onlus per la ricerca sul cancro. Non solo "Quattro Ombre Azzurre" partecipa a tale attività ma anche molti dei libri della 0111 Edizioni. Come ho già detto, scrivere è la mia vita e se quel che faccio può dare anche un minimo contributo per concorrere a salvare la vita altrui è qualcosa che vale più di mille parole e milioni di libri! Ed ora parliamo, come alcuni di voi hanno chiesto, del mio prossimo libro: "Sulle ali di Althaira". Da quel che mi risulta la seconda lettura di verifica è stata già completata e quindi sono in attesa che la mia editrice, la dott.ssa Stefania Lovati, me ne comunichi l'esito. Al momento il testo dovrebbe essere entrato nella fase di discussione per deciderne sia la pubblicabilità che la posizione all'interno delle varie collane. Come sapete, "Quattro Ombre Azzurre" fa parte della collana "Opera Prima" che non riguarda il primo libro di un autore ma semmai quei libri considerati pubblicabili e interessanti ma non eccessivamente commerciali. In una mail di qualche tempo fa l'editrice mi comunicò che non era detto che il prossimo libro, se ritenuto idoneo, non potesse essere spostato ad altra collana. Questo vuol dire che "Ombre" ha fatto un ottimo lavoro incontrando il favore di lettori e commentatori. Ne è prova la decina scarsa di copie ancora rimaste nelle varie librerie che aspettano di essere vendute. Dopodiché, essendo le copie disponibili arrivate al lumicino, si procederà ad una ristampa. "Sulle ali di Althaira", quindi, potrebbe vedere una destinazione diversa, probabilmente enfatizzata anche dal fatto che si tratta di un'opera fantastica. Confermo il numero dei racconti e i titoli e confermo anche il gradimento fatto dalla mia personalissima "giuria" privata cui do in pasto i miei testi prima di proporli alla Casa Editrice. Se ricordate, è di questo che accennavo nel precedente post. La mia usanza, cioè, di proporre il testo finito ad una ristretta cerchia di lettrici già avvezze alla mia produzione letteraria in modo da averne pareri e critiche costruttive. Una fase fondamentale, questa, per evitare all'autore deliri di onnipotenza inutili e soprattutto controllare errorucci e refusi che sfuggono SEMPRE all'autore e MAI ai lettori. Negli ultimi mesi si è poi aggiunta una nuova figura fondamentale nel consigliarmi ed è quella di un collega scrittore con cui ci scambiamo spesso le opere inedite per una reciproca valutazione dei rispettivi scritti. Si tratta di Ivan Croce, che già scrisse un bel racconto, presente tra i primi post di questo blog "Il canto della paradisea", ispirato al mio "Sull'oceano del tempo" a sua volta facente parte de: "Alfa e Omega". La statistica di gradimento dei lettori mette al primissimo posto "La melodia del cuore" che pare sia "strappalacrime e molto, molto intenso!" mentre "Althaira" sembra essere a pari merito anche se non è stato concepito per evocare sensazioni di profondo struggimento, ma come racconto rilassante e riflessivo. "Leyla" costituisce un caso a sé. Le lettrici della mia "giuria" lo avevano già letto e apprezzato e suppongo che sarebbe stato al primo posto se non lo avessero mai visto. "Il canto della solitudine" è stato giudicato benevolmente anche se un pò triste. Il parere complessivo sul libro è molto buono e gli errori che mi sono stati mossi sono soprattutto refusi superficiali. Questo mi fa ben sperare che anche questo volume possa essere ragionevolmete apprezzato dagli altri lettori. Naturalmente, anche "Sulle ali di Althaira" condividerà l'iniziativa "Un aiuto a colpi di penna" che consiste semplicemente nell'acquistarne una copia. Parte del ricavato andrà alle associazioni onlus di cui potrete seguire tutti i dati fondamentali sul sito dell'Associazione Servizi Culturali che la promuove. Ultime curiosità su questo volume riguardano la scelta dell'introduzione e la copertina. La prima sarà fatta da una persona di sicuro valore letterario che conosce i miei libri e la mia narrativa. Sono ancora indeciso e lascio fare all'ottima Antonella - compagna di vita, donna d'idee, ottima consigliera, giornalista molto brava e preparata (insomma TUTTOLOGA) - che già curò quella di "Quattro Ombre Azzurre" e la postfazione di "Ultima Thule". A lei spetterà scegliere la persona più idonea per un simile, delicato incarico. Quanto alla copertina... sarà affidata a voi! E già, perchè spetterà proprio a voi votare la copertina che più vi piace in modo tale da condividere insieme non soltanto le emozioni del libro ma TUTTO il libro a partire dalla sua "fisicità". Un grazie simbolico nei vostri confronti per farmi sognare e scrivere! Per cui attendete prossime notizie...



Massimo Valentini

martedì 22 settembre 2009

Il vero Heroic Fantasy







Miei cari lettori buongiorno a tutti! Non immaginavo certo di scatenare un tale polverone sulla querelle Fantasy si/fantasy no, ma ne sono felice perché significa che siete tutti molto attenti e sensibili agli argomenti trattati. Do il mio benvenuto anche ai nuovi lettori, o comunque, ai nuovi commentatori di questo blog e li invito a seguire i vostri interessantissimi commenti. E adesso basta con le sviolinate e andiamo a rispondere ai vostri interrogativi… “Sulle ali di Althaira” non sarà fantasy ma fantastico. In effetti, è ancora in valutazione e prima di avere l’ok dalla Casa Editrice passerà non meno di un mese e mezzo e questo è un tempo ridotto solo perché sono già un loro Autore. Infatti, per chi si accosta la prima volta alla 0111 Edizioni di norma l’attesa è sui tre mesi. Il mio post precedente, quindi, aveva lo scopo di informarvi sui miei progetti più vicini, non di fissare date. E proprio per venire incontro ad alcuni di voi che me lo hanno chiesto, di “Sulle ali di Althaira” potrebbe far parte anche il racconto breve “Leyla”. Di solito la mia Casa Editrice non pubblica testi già editi, ma nel caso di questo racconto, si potrebbe fare e mi sono pertanto adoperato presso la sede opportuna ottenendo risposta positiva. Scendendo in dettaglio, direi che sia “Leyla” sia “Il canto della solitudine” hanno sapore fantasy in quanto sono entrambi prose poems con relativa atmosfera. Quanto al genere Fantasy lo condivido ma, esattamente come tutti gli altri generi, solo nelle sue forme letterarie e meno commerciali. Condivido alcuni di voi quando affermano che il mercato è fin troppo inflazionato di trame e romanzi, non solo fantasy, che hanno il sapore di cose già viste e sentite. Del resto è la legge del mercato richiedere le ricette “vincenti” che vanno per la maggiore. Vi farò un esempio cambiando argomento. Pensate all’affermazione di molte Case Automobilistiche quando dicono che il nuovo modello di un’auto è tot volte più rigida e sicura del modello precedente. Questa frase è invariata da vent’anni ormai, ma cosa vuol dire, esattamente? Letteralmente, implica che i vecchi modelli erano assolutamente poco sicuri dal punto di vista dinamico e altre caratteristiche. Ma il mistero sta nel fatto che TUTTI i nuovi modelli sono presentati come sicuri e innovativi rispetto a quelli che li precedono. Certamente, le specifiche per le nuove auto obbligano i costruttori a migliorare questo o quell’aspetto ma siamo poi certi che la macchina che acquisteremo sarà migliore, sotto tutti i punti di vista, della precedente? Naturalmente no. Non basta un nuovo design e qualche airbag in più a fare di un’auto un’ALTRA auto. Ma il mercato vuole nuovi modelli e poiché non si può reinventare la ruota aggiungiamo nuovi orpelli alle cose già viste. Applicato questo concetto al mondo del libro otteniamo che: idee quali vampiri, alieni invasori, fate, elfi, draghi ecc sono tutti ingredienti tipici della letteratura fantastica, nel senso più ampio del termine. Autori come Tolkien, Ende, Howard hanno tracciato la strada da un pezzo ed è logico che molti potenziali scrittori e moltissimi autori di best sellers, spinti dall’interesse verso questi temi, siano attratti al massimo grado da essi. Non è mio il compito di giudicare i lavori o i gusti altrui. Io mi limito a presentare i miei. Personalmente, faccio lo scrittore ma non seguo il mercato. Se dovessi mettermi davanti alla tastiera e cercare di elaborare una trama seguendo i dettami della moda – che siano fantasy o fantastici non importa – scriverei probabilmente robaccia. Credo che la massima aspirazione, in arte, sia quella di scrivere ciò che ci spinge non quel che presumiamo possa farci diventare ricchi e famosi. Per questo, se la mia vena creativa è orientata al fantasy cercherò di tracciare una storia poco nota e originale, altrimenti lascio perdere. Quanto ai miei gusti fantasy, seguo un filone diverso da quello che va per la maggiore oggi. Una persona, la prof.ssa Margherita (mi scusi, ma non conosco il Suo cognome) ha citato Howard. Beh, è proprio di lui che volevo parlare per far capire a voi tutti i miei gusti in fatto di fantasy. Robert Erwin Howard, a mio modo di vedere, appartiene a quella schiera, assai poco nutrita in verità, di scrittori di primissimo livello. Come lui, solo pochi altri nomi hanno letteralmente inventato il genere ed è ad essi che, in un modo o nell’altro, devono molto tantissimi autori contemporanei. Così come Bram S. è il padre di Dracula (e tutti i filoni ad esso legati) molte figure fantasy (e pseudostoriche in generale) devono a scrittori come Howard praticamente tutto. Per darvene un’idea parlerò della sua vita e, soprattutto, della sua nutritissima produzione letteraria. Howard era autore di racconti fantasy di una vividezza incomparabile. Era nato in Texas nel 1906 e morì solo trent’anno dopo. Il suo primo racconto, "Spear and Fang", lo scrisse all’età di 16 anni che pubblicò sulle pagine della rivista Weird Tales. L’anno dopo pubblicò il suo primo romanzo, "Wolfshead", sempre sulle pagine della stessa rivista. Riviste come Weird Tales, Astounding Stories, The Vagrant e molte altre, erano la cornice più sicura per chi volesse cimentarsi con la SF, il Fantasy e il Fantastico, negli Stati Uniti. Davano la possibilità agli autori di acquisire una sicura notorietà e diedero, cosa importante, i natali ad alcuni grandissimi autori. Nel 1928 Howard compose una serie di racconti aventi come protagonista lo spadaccino puritano Solomon Kane, un antieroe impegnato a vivere epiche avventure in terre abitate da mostri, lamie, arpie, demoni e spettrali rovine primordiali nel cuore dell’Africa nera. Altri racconti furono ambientati in epoche lontanissime che vedevano i fulgidi templi di Atlantide, Lemuria e Mu svettare orgogliosi verso il cielo. In questo ciclo il protagonista era il re Kull di Valusia. E adesso tenetevi forte, almeno chi di voi è un fanatico di Conan il barbaro. "The Phoenix and the Sword", datato 1932, fu il primo racconto sulle gesta di Conan il Cimmero. Caratteristica di Howard e lasciatemelo dire, di ogni vero scrittore, era l’accuratezza infinita delle descrizioni, la precisione nei dettagli unite a una fertilità immaginativa di sicuro impatto. Se leggerete uno dei suoi racconti troverete una qualità assolutamente superiore a quella di tantissimi libri odierni, di emergenti o affermati non importa. La sua passione per gli sport lo indusse a delineare il marinaio Steve Costigan che visse avventure in regioni esotiche e inesplorate. Scrisse anche parecchie poesie che furono utilizzate, perlopiù, come intestazione dei capitoli per i suoi romanzi. Ovviamente erano poesie incentrate sulle gesta dei guerrieri che andava immaginando! La sua cultura era fenomenale, per un uomo della sua età, e il suo carattere poco gli permetteva di sottoporsi alle richieste del mercato, per quanti sforzi facessero editori e simili. E in effetti, raramente dava vita a personaggi piatti e stereotipati. Vi invito a badare che l’epoca di cui stiamo parlando, il 1930, non era “vergine” dal punto di vista delle idee. Tanti autori si lamentavano già di vampiri, mostri, alieni, fate e uomini lupo a spasso per le terre di tantissimi racconti e romanzi e Howard non era da meno. Odiava con tutte le sue forze i puerili tentativi delle riviste di scalfire la purezza dei suoi personaggi inserendovi improbabili storie d’amore o delicate ancelle sovrannaturali perché ogni cosa nella sua produzione era imperniata nella verosimiglianza estrema. Un qualcosa che i lettori di Valerio Massimo Manfredi sapranno, immagino. Quando morì il mondo dell’Arte Letteraria, quella vera, quella scritta in maiuscolo, ha subito una durissima perdita. E chi, tra i Grandi coevi, scrisse qualcosa su di lui fece come H. P. Lovecraft che in una lettera a un suo corrispondente scrisse:

 

“Che un artista così autentico (R. E. Howard, n.d.r.) debba morire mentre centinaia di ipocriti scribacchini continuano a inventare falsi fantasmi, vampiri, astronavi e investigatori occulti, è davvero una triste ironia cosmica!”.

 

I suoi gusti letterari spaziavano dal vero al reale e un odio inesorabile verso tutto ciò che sapeva di artificioso. I suoi amici erano tantissimi ma non fece mai parte di cerchie letterarie e aborriva dal più profondo del cuore i circoli animati da emozioni pretestuosamente artistiche che poi tali non erano. Con gli scrittori fantasy come lui intrecciò moltissime lettere senza mai avere contatti personali, tranne E. Hoffman Price, anch’egli scrittore “emergente”, la cui vastissima erudizione lo impressionò oltre ogni dire. Howard era alto un metro e ottanta e aveva un fisico da lottatore. Nessuna meraviglia che Conan il Cimmero fosse un suo alter ego. E nessuna sorpresa se, nonostante anche lui mettesse molto di sé nei propri racconti e romanzi, non lo facesse come si fa oggi, con personaggi stereotipati che abitano alle porte della propria città, ma instillasse la propria stessa essenza in personaggi assolutamente lontani ma assolutamente realistici, immersi in città e ambientazioni che aveva studiato su libri e carteggi. Scriveva soprattutto di notte e, come spesso accade, il suo carattere non era dei più facili, anche se aveva un ottimo senso dell’umorismo. Viveva periodi in cui era capace, in una notte, di scrivere pagine e pagine sui suoi beniamini ed altri in cui non scriveva nulla. Detestava chi si vantava di scrivere, poniamo, 20 pagine a settimana, perché secondo il suo modo di vedere la qualità non andava d’accordo con la quantità. Opinione che condivideva con Poe, Lovecraft, Bradbury e il primissimo Asimov. Quando è morto, una parte del fantasy è morto con lui. So di attirarmi le critiche di molti autori contemporanei ma dico ugualmente che nessuno, e lo dico con assoluta convinzione, è in grado oggi di stargli al passo. L’Arte vera non risente dello scorrere del tempo e quindi nessuno dei suoi racconti suonerebbe oggi come datato o superato. Al contrario, l’Arte è come il vino di pregio. E’ fatta per ammonire i discendenti di non alzare troppo la cresta quando bevono alla fonte del vinello imbottigliato nel bric di cartone. In fondo, il vero nettare è allo stesso tempo molto più antico e moderno del loro!






Massimo Valentini

martedì 28 luglio 2009

Risposte Estive!




Cari lettori siamo giunti al topic che aspettavate ovvero a quello in cui rispondo brevemente alle vostre interessanti domande! E andiamo a incominciare...

Margherita, da Pisa, mi chiede come potrebbe fare un perfetto sconosciuto, senza amicizie e senza passare il proprio tempo a zampettare in tv a pubblicare un libro (magari di valore). La strada è lunga e difficile. Se abbiamo scritto un romanzo, racconti o una raccolta di poesie, la prima cosa è NON aver fretta di pubblicare. Come regola generale dovremo mandare il manoscritto, ben leggibile, rilegato, completo di sinossi, una lettera di presentazione e una nostra biografia ad almeno un centinaio di editori diversi! Non intestardiamoci se molti non ci risponderanno neanche e non esultiamo se alcuni lo faranno e ci proporranno un contratto. I contratti vanno letti attentamente prima di essere sottoscritti. Ricordate sempre che un contratto non è un'offerta del tipo "prendere o lasciare"! Va esaminato bene. E comunque prima di poter trovare l'editore che fa per noi possono passare anche anni e scelte sbagliate. Abbiamo dunque bisogno di molta forza di volontà. Una cosa importante: controlliamo, PRIMA, se le Case Editrici che ci interessano pubblicano proprio il nostro genere di romanzo. Se, ad esempio, abbiamo scritto un giallo, sarà molto difficile che lo possa prendere in considerazione la De Agostini. Non tentiamo con le grosse Case Editrici. E’ probabile che neanche leggeranno il nostro manoscritto. Proviamo, invece, con le piccole e medie purché ci sembrino sufficientemente affidabili. E soprattutto, incrociamo le dita…
Marcello e Stella mi fanno la stessa domanda: come trovare un buon libro in una libreria distinguendolo da un libretto di poco valore? Premesso che in generale tutti i libri valgono e non valgono, direi che alcuni si riconoscono al volo. Se per libri di pregio intendiamo il romanzo che ci fa riflettere, la buona poesia, i racconti arguti e originali, l’unica è passare molto tempo in libreria, magari fornita, e tralasciare le ultimissime novità spacciate per grandi rivelazioni (inchieste, storie/verità, gossip politici et similia) e i manuali. Se davvero amiamo i libri li sceglieremo senza farci influenzare dalla pubblicità. Correremo il rischio di sbagliare da soli, frugando nelle librerie, nelle bancarelle di libri usati e sul catalogo degli editori, un giorno dopo l’altro, una libreria dopo l’altra. E’ questo il solo sistema valido, l’unico che rende possibile una libera scelta.
Sandra mi chiede se esistano sindacati per scrittori. La risposta è affermativa… a metà! In effetti i Sindacati degli Scrittori sono enti molto strani e tipicamente italici, ossia quando affermano qualcosa non sono immediatamente comprensibili. Infatti per costoro è scrittore solo chi pubblica un libro, anche insignificante, purché lo faccia con Rizzoli, Mondadori o una qualsiasi grossa Casa Editrice. Chi invece pubblica un’opera con una piccola Casa Editrice non lo è. Così, la velina tutta sorrisi che non sa dire due parole in italiano senza fare otto errori e pubblica le sue “esperienze di vita vissuta” con La Casa Editrice TAL DEI TALI sarebbe una scrittrice, chi invece da alle stampe un romanzo come “Ubik” con una qualsiasi casa editrice poco conosciuta non lo è. Quindi, per i sindacati io NON sono uno scrittore. Ed è curioso notare che per questi simpaticoni non è uno scrittore neanche tale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, altrimenti conosciuto come l’autore de “Il gattopardo”, dato che morì prima che Feltrinelli gli pubblicasse il romanzo. Però gente alla Taricone, editi da Mondadori per essere usciti dalla “casa” più famosa d’Italia ed aver scritto (?) frasi del tipo: “l’obiettivo è scopare domani...” e “la figa che puzza fa schifo...” sono scrittori. Questo è un mistero che non ha nulla da invidiare a quelli mariani, con rispetto parlando…
Anna mi chiede come si proteggono dal plagio le opere inedite. La S.I.A.E. è nata per questo. Il problema è che le mie modeste finanze non sempre mi consentono di sborsare 200 carte per ogni racconto, e per “Quattro Ombre Azzurre” gli euro sono stati, quindi 800. Inoltre bisogna rinnovare la somma ogni anno. Se poi qualcuno ti ruba il tuo romanzo e lo pubblica in un altro stato come fai a sapere di essere stato plagiato? La cosa migliore, e più economica, è quella di fare un bel pacco con il manoscritto che si vuole proteggere, lo si porta alla posta e lo si spedisce a se stessi con ricevuta di ritorno. Avremo poi cura di chiedere all’impiegato di far apporre i timbri proprio sull’aletta di apertura della busta che, una volta ricevuta, NON apriremo per nessun motivo (neanche DOPO la pubblicazione). In questo modo, se qualcuno ci dovesse citare per plagio, o se scoprissimo che un editore ha dato alle stampe il nostro romanzo col nome di un altro avremo a disposizione un pacco, intatto, con tanto di data che attesti che quell’opera appartiene a noi.
Sandra ed Erica mi chiedono invece a cosa serva davvero l’editing. Per editing si intende una revisione del testo in modo da renderlo più scorrevole e leggibile rispetto alla versione originale. Badate bene: l’editing non deve stravolgere il testo modificando pesantemente la trama o aggiungendo capitoli interi. Un buon editing ha il compito di “limare” il testo in modo da renderne più agevole la lettura. In questa veste, tale servizio è addirittura necessario per qualunque romanzo o racconto. So che molti scrittori non amano l’editing ma, a mio parere, sbagliano. Finora non ho avuto la possibilità di far sottoporre a editing i miei testi perché le Case Editrici che mi hanno pubblicato sono piccoline. Ma credetemi: un buon editing è come la quinta marcia per una macchina: a certe velocità si “viaggia che è una bellezza”.
Miranda mi chiede a quanto ammontano le percentuali su ogni copia venduta per uno scrittore come me. E’ presto detto: il 10% del prezzo di copertina per ogni copia venduta. Alcuni grossi editori corrispondono anche meno, circa il 6%. Naturalmente il guadagno lo fa, da una parte, l’onestà dell’editore che ti dice esattamente QUANTE copie hai venduto e, dall’altra, la suddetta quantità di copie vendute.
Giada mi chiede se la Legge non debba proteggere dai plagi un’opera (e il suo autore) una volta che il suo libro risulti effettivamente plagiato. La risposta è si, naturalmente. Ma bisogna anche dimostrare che quella particolare opera è di un autore piuttosto che di un altro. Come ho già detto, la S.I.A.E. è la via più comune, ma il ‘trucchetto’ della raccomandata ha lo stesso valore legale A CONDIZIONE CHE NON SI APRA MAI IL PACCO IN QUESTIONE.
Miriana (da Cosenza) mi chiede cosa definisce un ‘libro’. Liber, libri è una parola latina e definisce un insieme di fogli, tenuti insieme da colla e rilegati, che recano parole scritte. Ma libri erano definite anche le pergamene in pelle di capra tanto care (e in uso) nell’antichità. Più precisamente, la parola in sé indica lo strato di cellulosa che ai tempi di Nerone & compagni si usava far essiccare per usarla come materiale di scrittura. Quindi la domanda di Miriana, che mi chiede se anche le tavolette di cera di un tempo fossero ‘libri’ è corretta!
Gabriella mi chiede se io i libri li sciupo o li mantengo immacolati. Un po’ di entrambe le cose. I libri a me più cari li consumo letteralmente e quando cadono a pezzi li ricompro perché non ne posso fare a meno. Per esempio, ho ricomprato le opere di Lovecraft almeno tre volte e penso proprio che lo farò una quarta perché ormai, a furia di rileggerli, ho quasi ‘fogli volanti’ in mano. Tanti altri libri li ho letti due o tre volte soltanto. Quanto ai miei, di solito, ne ho sempre due copie: una, da tenere immacolata, la seconda da… leggere! Elena mi chiede invece cosa ho provato nello scrivere un romanzo come “Ultima Thule” o racconti come “Logica di mercato”. Beh, che dire! Le sensazioni che mi hanno spinto a scrivere opere diverse sono ovviamente diverse da caso a caso. Più in generale posso dire che ogni volta che metto mano a qualcosa lo faccio per rispondere ad una mia specifica esigenza. Nel caso di “Logica di mercato” è stata la rabbia nell’apprendere la folle esistenza delle logiche che esistono dietro le grandi multinazionali farmaceutiche mentre, per “Ultima Thule” il desiderio di mettere su carta, dopo più di dieci anni, le sensazioni che provai in Antartide. Ricordate che un scrittore, quando scrive per se stesso e non per il mercato è come uno specchio: riflette ciò che vede, o sente, e lo rende al mondo trasformato lasciandovi la sua impronta personale, il suo stile. Un po’ come un pittore. Può voler rappresentare la donna della sua vita ma invece di dipingere gli occhi per come sono, diciamo blu, li colora di violetto e fa i capelli azzurri. Un’opera letteraria è come un’opera d’arte: è un pezzo del sentire dell’Autore e, come tale, è sempre una metafora della realtà. Se, invece, si scrive per il mercato, beh! Quella è tutta un’altra cosa e personalmente spero di non farlo mai! Samuele mi chiede come facciamo, una volta scritto qualcosa, a stabilire se sia valido o meno (magari facendolo leggere a parenti e amici). Anche qui bisogna fare una premessa: umiltà e semplicità non dovrebbero mai mancare in uno scrittore (e quasi mai è così). Parenti e amici loderanno spesso il nostro lavoro e non è detto capiscano di romanzi e racconti. L’unica sarebbe quella di avere giornalisti BRAVI sotto mano cui sottoporre il proprio lavoro, critici e via discorrendo. Più casalinga è la soluzione di far leggere il nostro lavoro al maggior numero di persone (fidate) possibili in modo da ottenere diverse opinioni, confrontarle e… proseguire da soli. Fabio mi chiede perchè non si pubblicano sempre gli autori senza contributo. Per moltissimi motivi. E la domanda potremmo stenderla, in modo da interessare anche altri lettori su un punto: che cosa è pubblicabile e cosa no? E’ certamente possibile che un’opera valida sia scritta maggiormente da autori non arrivati piuttosto che da quelli famosissimi, soprattutto se costruiti a tavolino. Detto questo, però, non esiste un parametro oggettivo su cosa renda un romanzo “buono” e cosa lo renda invece “scadente”, a parte quello che una volta si chiamava ‘buon gusto’. “Il nome della Rosa” si riconosce al volo, una volta letto, che non è un romanzetto insulso (magari un po’ troppo arzigogolato, ma il romanzo è buono e non lo dico solo perché porta la firma di Eco) così come si riconoscono al volo anche le opere leggerine che di certo non hanno valore artistico. Ma il mercato non premia sempre la qualità e spesso premia unicamente la vendibilità di un’opera. Poe, ai suoi tempi, girava da un editore all’altro che dichiaravano di non comprendere i suoi racconti. Kafka, idem. Aggiungete il fatto che oggi si stampano troppi libri e soprattutto troppi modi di dare piacere e non materiale di riflessione. Il mercato italiano è saturo di libretti e quelli che si salvano, spesso, non sono quasi mai pubblicati. Un lettore editoriale di mia conoscenza, ad una domanda sul perché esista la sua professione (così interessante ma curiosa) così mi rispose: “I lettori editoriali sono quelli incaricati dagli editori di leggere i manoscritti al fine di produrre e vendere libri. E non sono critici notissimi, esperti spaziali o professori universitari tutto cervello. I lettori editoriali sono gente comune, NON scrittori, che però rappresentino il target di riferimento cui si propone l’editore. I lettori editoriali devono dire perché tal romanzo potrebbe essere venduto una volta pubblicato. E mi è capitato di caldeggiare la pubblicazione di racconti e romanzi che, invece, in veste di critico avrei stroncato. La ragione si ritrova nel fatto che sarebbero stati vendibili ed era mio dovere segnalarli. Va da sé che secondo un modo siffatto di procedere, peraltro necessario se i libri vogliamo venderli, tutti i libri, di valore o meno, arte o meno, possono essere pubblicati o non pubblicati”.
Mirella: vuole sapere quale fosse la situazione editoriale italiana trent’anni fa. Beh, trent’anni fa non esistevano i reality e tutto un modo di rendere e vendere i libri. Si badava di più alla sostanza e meno all’apparenza delle cose, libri compresi. Gli stessi libri erano di maggiore qualità e con meno refusi. (oggi, neanche Case Editrici famosissime hanno libri perfettamente immuni da refusi ed errorucci vari). E c’erano meno scrittori (ma non meno lettori).
Martha, infine, mi chiede di raccontare i miei personali passi come scrittore. Non c’è che dire, cari lettori, quando mi fate le domande siete tosti! Non ho mai preso in considerazione l’idea di pubblicare sul serio se non quattro anni fa circa. Non mi sentivo all’altezza. Fu un mio amico, che faceva il direttore di collana, a spingermi a farlo. Da allora ho contattato diverse Case Editrice ed ho seguito esattamente l’iter che vi ho spiegato in questo topic. Molte mi hanno chiuso la porta in faccia, altrettante volevano soldi e ho rifiutato. Altre, invece, mi volevano pubblicare a costo di pesanti modifiche per rendere i testi più commerciali. Devo dire che con la 0111 Edizioni sono abbastanza soddisfatto, nel mio piccolo. E mi sono trovato meglio che in passato. Così ho deciso di continuare su questa strada e provare a pubblicare fuori dai confini regionali e, magari, fuori da quelli nazionali. La strada è in salita ed probabile che NON ci riesca. Ma ci provo e, intanto, continuo prima a sognare e subito dopo a scrivere. Scrivere è l’unico scopo della mia vita. Ma non chiedetemi il motivo perché non saprei rispondervi. Wilde diceva: “L’unico scopo dell’arte è la ricerca della Bellezza Assoluta, ma tutta l’arte è perfettamente inutile!” Lovecraft rincarava la dose affermando: “L’Arte è l’unica cosa che si giustifica da sé”. Quanto a me io non so se faccio arte, ciofeche o capolavori. So di essere uno scrittore, né buono né cattivo, che mette su carta i propri fantasmi esorcizzandoli in questo modo. E forse, dopotutto, mi ritrovo in una frase di Philip K. Dick: “Io sono il romanzo...”, ma volgendola per il mio personale modo di essere: “Io vivo il romanzo!”. Di più, davvero, non potrei dire…



Buone Vacanze e grazie di seguirmi in modo così appassionato! Ci rivediamo a settembre ma tornerò periodicamente sul blog per pubblicare eventuali vostri commenti! BUONE VACANZE A TUTTI VOI!

Massimo Valentini

giovedì 11 giugno 2009

"Gabbiani delle stelle", risposte




A seguito delle numerose richieste sulla possibilità di fornire alcune anticipazioni sul volume "Gabbiani delle stelle" posto qui di seguito una breve riflessione da parte di Antonella Caruso, una delle pochissime persone che hanno potuto leggere quello che, se fosse pubblicato, sarebbe il quarto volume a portare per intero la mia firma. E' un testo appartenente al genere Fantastico appartenente al filone che già inaugurai con "Alfa e Omega" e che proseguii con il romanzo "Ultima Thule". I racconti sono completi al 100% e la loro stesura è vicina ad essere quella definitiva. Attualmente questo libro è in esame presso una Casa Editrice che reputo molto buona e che mi ha fatto la grossa cortesia di esaminare il mio manoscritto. Stiamo parlando solo di un esame con relativi commenti da parte dell'editore sul mio testo, ma per me vuol dire tanto. Le collane di questa Casa Editrice mi sembrano molto belle e i titoli in catalogo racchiudono storie di sicuro effetto. Ma, in mancanza di certezze o di accordi di qualsiasi tipo non mi sento di fare nomi, per ora. Diciamo solo che intreccio le dita! Un grazie di vero cuore a chi mi segue, agli amici, ai sostenitori e agli affezionatissimi lettori. Grazie a tutti voi!

P.S. : notizia dell'ultima ora. Vi informo che "Quattro Ombre Azzurre" è adesso in vendita, oltre che presso la libreria di Cosenza 'Ubik', il circuito ibs libri e la 0111 Edizioni, anche presso la cartolibreria di Castrolibero "Punto & Virgola" il cui proprietario, conoscendomi, mi ha chiesto alcune copie in conto vendita.


M. V.


Qualche indiscrezione sul volume "Gabbiani delle stelle" (di Antonella Caruso)

Massimo Valentini è uno scrittore di altissima qualità, uno che pur essendo nato in provincia non è per niente un provinciale. Lo dimostrano le trame che è capace di comporre, i luoghi, le situazioni narrate, persino i nomi dei suoi protagonisti. Io che sono vicina a lui ed al suo mondo, conosco bene la sua allergia a qualsiasi cosa rimandi ad ambiti troppo ristretti. La sua creatività non si fa chiudere nel recinto della quotidianità pur traendone alcuni stimoli, ma viaggia incessantemente alla ricerca di nuove emozioni per sé e i lettori. Meriterebbe, dunque, spazio nella letteratura che conta ma per chi non ha velleità di notorietà a basso prezzo non è semplice emergere in un contesto che predilige le cose scontate spacciandole per innovative e che rilega i giovani promettenti in uno scaffale impolverato e buio. Massimo, infatti, scrive per Sé, per esorcizzare timori, speranze e paure che ha dentro. Esattamente come ogni scrittore vero fa, a prescindere dal numero di copie vendute. Sono ben lieta, però, di constatare che molte persone tra voi la pensano come me e viste le richieste sulla sua produzione inedita e conoscendo bene l'argomento vi darò qualche indiscrezione su "Gabbiani delle stelle". So che avreste preferito che l'autore stesso scrivesse della sua Opera, ma Massimo Valentini non ama parlare di se stesso. Preferisce piuttosto siano gli altri a farlo affinché il giudizio possa essere il più possibile obiettivo. Da qui la proposta condivisa che sia io a scrivere un commento che mi auguro possa soddisfare parte della vostra legittima quanto gratificante curiosità. Premetto che non potrò svelare troppo, perchè "Gabbiani delle Stelle" è inedito e capirete che potrebbe essere controproducente e, noi amanti della sua narrativa, non possiamo permettere che la curiosità impedisca il buon fine di un contatto serio.Si tratta di un testo di narrativa fantastica (diverso dalla fantascienza di "Quattro Ombre Azzurre", ma sulla falsa riga di "Alfa e Omega" e "Ultima Thule") composto da racconti molto intensi e scorrevolissimi. Il primo di essi è quasi il testamento spirituale del Nostro e condensa in sé una formidabile storia fantastica, il fascino che l'oceano esercita sull'animo umano e la tecnica narrativa del racconto nel racconto. Un racconto lungo, circa 38 pagine, ma eseguito con una lucidità tale che il lettore non potrà non provare un brivido nel leggerlo. Il secondo combina invece, qui per la prima volta nella produzione letteraria di Massimo, il Fantastico con la Fantascienza. Massimo lo considera, in effetti, un archetipo dell'altra produzione, quella che lui chiama di Nuova Generazione, attualmente in itinere. La storia è intensa, come ormai c'è da aspettarsi da ogni cosa scritta da lui, ed ha un impianto che definire onirico è certamente riduttivo. Davvero bella, poi, la macchina che l'autore descrive, capace di aprire varchi tra le diverse dimensioni. Nel complesso si tratta di racconti che amo definire "da pelle d'oca". Intensi dall'inizio alla fine, sanno emozionare Come solo Valentini può fare. Toccano, infatti, le corde del cuore ma non in modo melenso o banale; le accarezza e le fa vibrare. Non è escluso che i più sensibili possano versare qualche lacrima al termine di queste storie fatte di partenze e ritorni, di ricerca, di paura e disillusione. I mostri dell'Id, gli archetipi del nostro inconscio, qui si mostrano in tutta la loro potenza e rappresentano il punto di rottura di esistenze ancorate a preconcetti, egoismi e solitudini. Insomma quest'Opera non va solo letta, ma va assaporata, sentita, toccata, sfiorata con la timidezza con la quale si sfiora la mano della persona amata per la prima volta con la consapevolezza che è quella giusta. Va vissuta come si vive un grande amore... Se fosse pubblicato davvero, credetemi, varrà la pena leggerlo. Nel frattempo continuate a leggere i libri che il nostro Autore ha già dato alle stampe e se vi va lasciate tanti tanti commenti... Buona lettura a tutti voi!

Antonella














mercoledì 13 maggio 2009

"Quattro Ombre Azzurre"





Il mio terzo libro, "Quattro Ombre Azzurre", è finalmente stato pubblicato dalla 0111 Edizioni, una piccola ma attiva Casa Editrice milanese cui avevo inviato in visione il testo alcuni mesi fa. Il volume è già disponibile nelle librerie facenti parte del circuito editoriale dell'Editore. Oltre a ciò, questo libro è disponibile anche presso il sito: www.ilclubdellibro.com/ cliccando sulla voce "Fantascienza". A Cosenza, sarà disponibile, invece, nella libreria "Ubik" tra breve. Naturalmente, però, potrà anche essere richiesto al sottoscritto. Devo ammettere che sono soddisfatto di questa terza pubblicazione perchè mi permette, finalmente, di uscire per la prima volta dai limiti geografici della mia regione. Considero fondamentale, infatti, la possibilità, per un emergente, di essere letto, criticato, apprezzato e commentato anche al di fuori dai contesti di appartenenza. A titolo di paragone, i miei primi due libri, "Alfa e Omega" e "Ultima Thule" soffrono la scarsa distribuzione nelle librerie come quelli della maggior parte degli emergenti calabresi. Tanto per fare un esempio, ricordo che "Alfa e Omega" fino a pochissimo tempo fa, si trovava praticamente solo alla Domus di via Montesanto, ma non nelle due Giunti di Rende e Cosenza. "Ultima Thule" era disponibile, sempre grazie ad un mio intervento personale che ha sensibilizzato il mio editore, nelle suddette Giunti. Da un mese, però, entrambi i testi sono disponibili presso la già citata "Ubik", forse la libreria più fornita di Cosenza, il cui responsabile si è detto disponibilissimo ad inserire i miei testi nel suo circuito a causa del loro contenuti (il Fantastico è un genere molto apprezzato). Tornando a "Quattro Ombre Azzurre", dirò che il manoscritto è stato sottoposto a due livelli di lettura da parte di un apposito comitato e giudicato, bontà loro, "notevolmente buono". La sua genesi è lunga e prima che accettassi l'offerta di questa Casa Editrice ho rifiutato altre due proposte. Una era a pagamento ed io, come sapete, sono assolutamente contrario a pagare per pubblicare. La seconda veniva da una grossa Casa Editrice nazionale ma imponeva la modifica di alcuni racconti anche se né lo stile né la struttura degli stessi poneva il fianco a critiche. No, le ragioni erano prettamente commerciali. "Lei ha un ottimo stile" mi è stato detto per telefono, "ma la sua è una scrittura sofisticata e quindi di nicchia. Noi vogliamo invece che giunga ad uno strato più ampio possibile." Ora, io capisco perfettamente l'esigenza dello slogan "vendere, vendere, vendere a chiunque ma vendere!" però resta il fatto che scrivo per mettere su carta i miei sogni. Avrò forse una visione un pò troppo idealista della scrittura ma così è e così resterà. So già che così facendo non diventerò mai ricco e famoso ma io con i miei libri vorrei solo vivacchiare quel tanto che basta da poter continuare a fare una cosa sola: scrivere e pubblicare. Nient'altro. E purtroppo mi era stato proposto di inserire due spezzoni molto erotici e violenti che secondo costoro avrebbe aumentato la commerciabilità del testo. Certo, se mi avessero detto che il volume presentava falle di varia natura avrei acconsentito alla modifiche del caso ma inserire spezzoni erotici solo per vendere più copie non mi sorride affatto. Così ho rifiutato l'offerta e non me ne pento. So benissimo che ho dato un calcio ad una distribuzione nazionale e ad un appoggio promozionale di primo livello, ma non scenderò mai a compromessi quando si tratta di cose scritte da me. Spiacente, ma non scrivo roba commerciale, scrivo emozioni e quando parlo di sesso descrivo due persone che fanno l'amore non due individui che scopano. E c'è differenza! Io non faccio prodotti. Tornando a noi, una parte del testo è stata letta da alcuni, fidatissimi amici che mi hanno sostenuto con il loro entusiasmo e la loro ottima disponibilità. Tutto il libro è percorso da un intento sociale non secondario. Come la totalità della mia produzione letteraria, anche questo volume risente di quello che chiamo "il messaggio nel messaggio." La possibilità, cioè, di leggere il testo con due diverse chiavi di lettura. La prima riguarda la storia nuda e cruda. La seconda chiave è il messaggio nella bottiglia che affiora tra le righe. Per "Quattro Ombre Azzurre" i messaggi sono appunto quattro, ovvero uno per ogni racconto (due molto lunghi, uno brevissimo ed uno breve) che compongono il volume. I temi trattati sono l'esistenza (può esistere una vita dopo la morte? E quali implicazioni morali ne trarremmo?), la spietata logica di produzione di massa (esistono malattie rarissime che sono ignorate dalla grandi multinazionali farmaceutiche. Per le industrie la gente è costituita da un numero. Per un numero si tratta invece di persone). L'artificiale che si dimostra "più umano dell'umano" (quando la nostra umanità diventa spietata in un mondo dove la follia è imperante) e infine i pericoli insiti nell'eccesso di vanità umana che spesso va a braccetto con la follia (fino a che punto è lecito spingersi con nuove tecniche estetiche?) Quanto alle presentazioni sono emerse negli ultimi tempi alcune novità. Anzitutto il numero delle copie che la Casa Editrice mi ha affidato in conto vendite sono esaurite rendendo perciò impossibile la presentazione presso il Centro Studi "Vittorio Bachelet" di Cosenza. Un ridotto quantitativo di copie in mio possesso sono invece destinate alle persone che già mi seguono e che incontrerò in un club privato a Rende. A giugno, invece, un'altra presentazione dovrebbe avvenire presso la "Ubik". Se avrete osservazioni, chiedete liberamente...



Massimo Valentini

martedì 31 marzo 2009

Un omaggio a "Sull'Oceano del tempo"




Il racconto che leggerete oggi è stato scritto da Ivan Croce, mio amico, collega (è un bravissimo scrittore esordiente) e compagno di tante oniriche avventure sul pianeta Scrivere. L'ho letto tutto d'un fiato e lo posto con vero piacere. Il racconto è molto bello (ma da Ivan questo è scontato) e spero che piaccia anche a voi. Quanto a me mi sento lusingato di avere accanto persone magnifiche che con il delicato "L'albero" prima e con questo intenso "Canto della paradisea" ora, mi dimostrano la propria stupenda vicinanza.



Il canto della Paradisea




Ancora una volta visitai il Mondo dei Sogni, coi battiti del cuore che risuonavano come passi nelle tenebre. Quando varcai la soglia dell’onirico regno provai per l’ennesima volta la sensazione d’indossare un’identità che non mi apparteneva, solo per rendermi conto, l’istante successivo, che questa nuova interfaccia della mia anima mi si addiceva, al contrario, molto più della maschera che sempre indosso quando cammino nel Mondo Reale. Quella maschera ed ogni cosa che attraverso di essa avessi mai scrutato, me li lasciai alle spalle e all’esterno della sfera dei miei ricordi; perciò non mi si domandi chi mai io fossi nel regno della veglia, poiché più non lo rammentavo. Molti pensano che ai sognatori professionisti come me non accada mai di scordare la propria identità, ma posso assicurare che non è così. L’ultima cosa che ricordavo era il morbido letto in cui mi addormentai, e nient’altro, eccetto il contatto di qualcosa di soffice sulla mia spalla: ma che si trattasse delle bionde ciocche di una profumata amante che con me condivideva un sontuoso talamo circondato dagli arredi d’una lussuosa dimora, o il pelo arruffato della coda di un vecchio fedele compagno acciambellatosi al mio fianco sul modesto giaciglio d’una squallida soffitta, davvero non saprei dirlo. Quel che non avevo scordato, tuttavia, era la missione che mi proponevo di compiere nel corso del mio onirico viaggio: trovare il Signore e la Signora di un sogno che non mi apparteneva, ma che apprezzavo come una delle storie più belle che avessi mai conosciuto. Beninteso: a questo punto non si deve pensare che si trattasse di qualcosa che non avevo mai fatto prima, poiché la mia lunga esperienza di sognatore mi aveva permesso di inoltrarmi in molti dei sogni sognati da menti ben più profonde e luminose della mia, tanto che già innumerevoli volte avevo cavalcato il dorso di antichi draghi che volavano su nebbiose isole ai confini di fatati arcipelaghi, e ben conoscevo ormai i sentieri che solcano le profondità delle foreste popolate dagli elfi, così come le strade di oniriche città costruite con brillanti marmi colorati, ai cui moli attraccai dopo piratesche scorribande su mari tempestosi e gremiti di strane creature... Eppure questa volta sarebbe stato diverso, poiché il sogno in cui avrei cercato di inoltrarmi apparteneva in modo innegabile e peculiare – ed in tutta la sua potente e struggente intensità – soltanto alla Signora ed al Signore che l’avevano vissuto e plasmato con le loro menti e i loro cuori. E da dove avrei potuto principiare una simile ricerca se non dal luogo più consono? Decisi quindi di recarmi a Greenfield, e con la sola forza del pensiero – nella comoda maniera mediante la quale talvolta si viaggia nel Mondo dei Sogni – potei comparire tutt’a un tratto nell’amena cittadina. Devo ammettere, tuttavia, che fu una Greenfield dall’aspetto singolare quella che si presentò ai miei occhi: uno strano miscuglio di modernità e gradevoli atmosfere antiquate, come se parte della città fosse rimasta ai tempi dei secoli passati e si sovrapponesse curiosamente ad elementi tipici della vita odierna, come veicoli e passanti dall’aspetto indubbiamente contemporaneo. Via via che vagabondavo per le strade che conducevano verso quella che presumevo fosse la giusta direzione, questa sensazione si intensificò, e mi parve che l’aspetto degli edifici mutasse più rapidamente per assumere le sembianze di dimore cupe e dall’aria ostile... Non che fosse qualcosa di cui stupirsi: il sogno stava semplicemente reagendo alla mia presenza di intruso. Se infatti è vero che i sogni tendono sempre a cercare nuove menti in cui germogliare, a guisa di semi, a modo da aumentare le proprie probabilità di esistenza, è pur vero che sanno riconoscere coloro ai quali non sono appartenuti in origine e che con troppa leggerezza, e a volte senza averne il diritto, tentano di viverli. In fondo non era un caso se dopo il mio arrivo il tempo si stava rapidamente guastando e un plumbeo sipario di nubi era calato sul sole. La mia ricerca non durò meno di diverse ore, durante le quali non trovai alcun aiuto nelle confuse indicazioni stradali; gli sguardi torvi dei passanti, poi, bastarono a dissuadermi dal domandare informazioni a chicchessia. A quanto pareva gli stessi personaggi del sogno non avevano difficoltà ad identificarmi come un intruso. Nondimeno, alfine la mia ricerca ebbe successo: lievemente scostata dagli altri edifici divenuti ormai dimore ottocentesche, mi apparve improvvisamente la magione che andavo cercando, la casa ormai abbandonata in cui, molto tempo prima, avevano vissuto il Signore e la Signora del sogno in cui mi trovavo. Fu in quel momento che mi resi conto di quanto rapidamente il cielo si stesse spegnendo e di come il crepuscolo fosse terribilmente puntuale. Con occhi incupiti dall’ansia scrutai l’abbandono che scuriva le antiche finestre e il denso pullulare d’ombre tra l’intrico di arbusti del desolato guardino. La ruggine sulle inferiate del cancello luccicava come sangue su vecchie lame, ma senza curarmene avanzai verso la soglia. Un corvo gracchiò tre volte mentre la gelida maniglia cedeva sotto la mia mano. Quando fui nel giardino mi resi conto che non avrei mosso un passo se non avessi lottato per scostare il solido fogliame color verde cupo di un enorme cespuglio. Ma i brividi mi graffiarono più dei rametti appuntiti quando mi ci addentrai. In un istante tutto mutò, in nome della gloria e dell’ineffabilità dei Sogni. Ero in un bosco, adesso, e le tremolanti ombre si erano alleate tutte insieme per formare i veli della notte. Mossi qualche passo con l’ausilio della fioca aura lunare. A volte non lo si nota, ma c’è qualcosa di ridicolo e patetico nell’uomo che si sforza di camminare dignitosamente quando ogni cellula del suo essere gli urla di correre sotto l’impulso del panico... ecco, quest’immagine si addice assai bene al modo in cui stavo avanzando fra i tronchi contorti di quella selva spaventosa. Le tenebre incominciarono a sussurrare, e legnose dita scrissero scricchiolanti parole nell’aria: “Intruso, intruso, intruso...” E quando alla traditrice coda dei miei occhi parve che le ombre si plasmassero in zanne, artigli e ali fatte della pelle della notte, non riuscii a trattenermi dall’urlare: “Voglio soltanto incontrarli!” La mia voce si spezzettò in striduli echi; “Anch’io sono un sognatore,” ansimai, “e conosco l’incanto dei sogni di Purezza e d’Amore!” Allora una civetta nascosta da qualche parte tra le fronde degli alberi rise con voce echeggiante, e non appena i suoi strilli si spensero le ombre ripresero a mormorare, questa volta in un profondo e sordo brontolio che ricordava il lontano rombare di tuoni. Corsi fino a sentirmi stremato, incespicando continuamente sul suolo aspro e buio, e rischiando ad ogni istante di sbattere contro i tronchi minacciosi. Quando i miei polmoni si arresero alla fatica mi fermai e chiudendo gli occhi poggiai la fronte contro la corteccia dell’albero che mi parve meno spettrale. La rombante voce delle ombre si innalzava ormai come l’urlo d’una tempesta, seguitando ad accusarmi di aver vìolato un sogno che non mi apparteneva. Ma ad un tratto, così come solo nel regno onirico potrebbe accadere, un suono che invero era il più flebile di tutti superò e sovrastò i rimbombi che scaturivano dalle tenebre e mi ristorò il cuore come il tepore di un focolare in una notte d’inverno. Era il canto di un uccello, le cui note flautate pulsarono nell’aria lindandola da ogni borbogliare di tenebra. Aprii gli occhi e mi avvidi di essermi fermato sulla riva di un meraviglioso laghetto fatto d’argento liquido e luccicanti scintille di stelle... o forse era solo il riflesso della luna piena sulle acque? Sollevando il capo a guardare la volta stellata notai, stagliata proprio al centro del viso d’oro bianco della luna, la sagoma della Paradisea dal cui becco socchiuso proveniva quel magico canto. Rapito, avanzai verso quel ramo sulla sponda opposta dello stagno, ma l’uccello smise di cantare e volò via nella notte. Sbattendo le palpebre abbassai gli occhi sui miei piedi che con uno sciacquio erano affondati fino alle caviglie, quasi fossi sbalordito di non poter camminare sulle acque... e quando rialzai il capo mi ritrovai nuovamente nel giardino della dimora abbandonata di Greenfield. Ero finito dentro a una fontana colma d’acqua piovana che si trovava a pochi passi dall’ingresso dell’antica casa. Con un sorriso eccitato mi fiondai verso il vetusto portone e lo spalancai incurante del buio che avrei trovato all’interno, per poi scoprire, una volta varcata la soglia, che le tiepide fiamme di un camino rischiaravano una sala assai più vasta di quando si sarebbe potuto immaginare dall’esterno. Il mio sguardo fu catturato dalla parete che mi si innalzava di fronte, decorata dal grande e lucido bassorilievo di un cigno dalla testa di donna. “Non è quello che cercavo,” pensai, “ma sono comunque sulla strada giusta. I sogni della stessa mente sono sempre collegati.” E dovetti sorridere con eccessiva boria, perché il volto femminile scolpito nella pietra sorrise a sua volta, ma in modo vagamente minaccioso. “Intruso,” mi parve di leggere sulle labbra di liscia pietra, mentre il sorriso svaniva dalla mia bocca. La porzione di parete tra il camino e la scultura si increspò come piombo liquido e poi si stirò nuovamente, liscia come cristallo. Oltre quello specchio che non rifletteva vidi un’immagine che, quantunque sfocata come attraverso una parete di ghiaccio, mostrava un uomo vestito di quella nobiltà che non traspare dagli abiti ma dall’animo. Inghiottii prima di balbettare: “Lord De Valois...” ma la figura alzò una mano per zittirmi.
“Vagabondo dell’onirico reame,” disse con voce limpida e profonda, “per quale motivo cammini sui sentieri che percorrono le lande degl’altrui sogni?”
Cercai di darmi un tono e mi inchinai nel modo più formale che mi riuscì. “Mio Lord, vengo da voi con il solo intento di ammirarvi in silenzio come un pellegrino al cospetto del suo tempio. Null’altro che questo.”
La sua voce si venò di sarcasmo; “E, di grazia, cosa ti induce a ritenere di essere degno di null’altro che questo?”
“Sono un sognatore!” esclamai con ridicola indignazione, “E mi dichiaro un seguace di questo sogno e un ammiratore di coloro che lo crearono!”
“E non sei forse anche un imbrattacarte, laggiù in quella finta dimensione che voi chiamate ‘Mondo Reale’? Non stai forse progettando di scrivere un racconto che narri di questo sogno?”
Trattenni il fiato. “Ma...”
“Come faccio a saperlo? Sei tu che hai voluto sognarmi a tutti i costi. Se mi stai sognando, vuol dire che ora sono nella tua mente.”
“Regalerò il racconto all’Autore,” dichiarai, “poiché ho l’onore d’averLo conosciuto e di poterLo chiamare amico!”
“E ciò ti dà anche il diritto di varcare il confine dei Suoi sogni fino al punto di incontrarne il Signore e la Signora?”
Scossi la testa sconsolato. “Vi prego, voglio soltanto vedervi...”
Mentre la sfocata immagine si dissolveva e la parete tornava ad essere un semplice muro di roccia, udii un’ultima eco di quella voce vibrante. “Già conosci la risposta alla tua richiesta.”
Annuii tra me e me. “Dopotutto, questo non è il mio sogno.”
Mi voltai ed uscii, richiudendo silenziosamente l’antico portone. Attraversai il giardino selvatico senza calpestarne alcuna pianta, e i cespugli parvero scostarsi per concedermi di andarmene. Quando mi richiusi il cancello alle spalle mi resi conto che ormai l’alba era prossima. Camminai fino alla riva del mare, evitando rispettosamente di recarmi sul famoso promontorio di Greenfield, ma fermandomi su una qualsiasi spiaggia solitaria. Osservai l’orizzonte dove la fatata sfera d’arancio del sole emergeva lentamente dalle quiete acque marine. Non avevo fatto caso ai gabbiani che si levarono in volo tutti insieme, e guardai con stupore lo stormo che si librava nel limpido cielo. Non potei impedirmi di sorridere quando scorsi una coppia d’uccelli che si allontanò dagli altri e, anziché puntare verso l’alba che ormai tutti osservano con noncuranza, si innalzò altissima nel cielo d’occidente, verso le ultime stelle che solo gli occhi dei veri sognatori possono vedere.